Intervista a Umberto Brindani

Scritto il 01/04/2025
da Redazione ON

La contemporaneità si contraddistingue attraverso un’accelerazione di processi economici, sociali, produttivi e geopolitici. Assistiamo oggi all’impatto delle nuove tecnologie quali l’AI sul piano tecnologico, la nascita di nuovi strumenti finanziari quali i Bitcoin, le crescenti tensioni internazionali che portano a nuovi riassetti politici globali, un’informazione che passa in modo sempre maggiore dai social media. Umberto Brindani, da giornalista e direttore di Gente, quali sono gli strumenti e le difficoltà nel raccontare il nostro mondo?

R. Per dire ciò che penso dell’AI credo valga la pena copiare il post che ho messo da poco su Facebook. Eccolo:
L’idea dell’ottimo Claudio Cerasa di fare per una settimana un intero numero del Foglio – il mio quotidiano preferito – con l’Intelligenza artificiale mi sembra, con tutto il rispetto, la versione 4.0 della Corazzata Potiomkin (o Kotiomkin): una cagata pazzesca. Mi ricorda la vecchia battuta del tale che si taglia le palle per fare dispetto alla moglie. Oppure, se preferite una citazione più colta, un caso estremo di eterogenesi dei fini. È una di quelle idee che (mi sembra di esserci) qualcuno tira fuori in una riunione di redazione o, più probabilmente, dopo una cena piuttosto alcolica. «Perché non facciamo tutto il giornale con l’AI?». «Ma dai, che figata!». Poi altri intervengono per dire: «È una minchiata, su». Ma non vengono ascoltati. E mi spiace che anche Giuliano Ferrara, per quanto “turbato”, si pieghi al nuovo che avanza: «La macchina dell’IA può produrre testi, romanzi, saggi, e fare molte altre cose su una scala sideralmente più vasta, e più alta, trasformando la vita umana, condizionandola, esaltandola o avvilendola nel suo preteso primato sapiens”. L’ultima che hai detto, caro Giuliano. L’intelligenza artificiale che minaccia di sostituire la mente umana dovrebbe essere combattuta, non accolta nel nome di un malinteso senso di modernità. Se ci pensate, è un po’ come arrendersi senza condizioni, alzare bandiera bianca di fronte a un sanguinario dittatore che invade il tuo Paese. Assurdo, no? Ooops…
(post pubblicato in data 19/3)

I costumi nel nostro tempo vengono spesso ridefiniti in modo repentino. A volte il passato viene visto con nostalgia, come una sorta di paradiso perduto; altre volte tendiamo  ad etichettare gli anni passati come intrisi di misoginia, patriarcato e razzismo. Autori come  J. K. Rowling vengono attaccati, i romanzi di Agatha Christie riscritti per ripulire le parti che la nostra cultura ritiene controverse. Cosa sta accadendo a questo tempo che sembra aver smarrito il concetto di relativismo culturale?

R. Gli eccessi del politicamente corretto mi sembrano già messi in discussione proprio a partire dagli Stati Uniti, e non solo per l’Effetto Trump. A ribellarsi sono anche persone di sinistra che si rendono conto delle storture introdotte nel sistema. Noi in Italia, come sempre, scontiamo un ritardo culturale: basti pensare alle ridicole norme introdotte di recente da una Asl piemontese. Ma forse stiamo a poco a poco rinsavendo.

In Italia si assiste da circa trent’anni ad un serrato dibattito sulla riforma della magistratura, che assume spesso il carattere di scontro politico.  Essendo un aspetto cardine della democrazia, a tuo avviso, è possibile efficientare i tempi processuali adeguando il sistema giuridico alle sfide che ci propone la contemporaneità?  Lo si può fare mantenendo un consenso che sia il più ampio possibile?

R. Più che una riforma, per il nostro sistema giudiziario servirebbe una rivoluzione. I tempi infiniti dei processi, soprattutto nel civile, sono intollerabili. Gli errori giudiziari sono troppi e quasi mai c’è la volontà di procedere alla revisione di casi controversi. E la sostanziale impunità garantita alla “casta” dei magistrati non rassicura i cittadini. Perfino una proposta sacrosanta come la separazione delle carriere tra inquirente e giudicante viene avversata, non solo dai diretti interessati ma anche dalla politica. Non sono ottimista per il futuro.

Il progresso scientifico genera nelle nostre società delle “zone grigie” di controllo normativo ed etico. Tra pochi mesi sarà in commercio “Brainoware”, il mini cervello che fonde cellule neuronali umane con un chip elettronico. A tuo avviso, le implicazioni etiche vengono discusse a sufficienza? Stiamo guidando noi il progresso scientifico oppure attendiamo che il progresso guidi noi?

R. No. Non c’è consapevolezza. L’incredibile accelerazione impressa al progresso scientifico mi pare assolutamente fuori controllo. Pensiamo, ancora, all’Intelligenza artificiale: prevale il business unito alla pigrizia mentale degli utenti, e chi oppone obiezioni di carattere etico viene espulso dal processo. E quando ci accorgeremo che avevano ragione molti scrittori di fantascienza sarà forse troppo tardi.

Sono ormai passati tredici anni dall’uscita del tuo libro “Elogio dell’uomo perbene”, un libro che, oggi più che mai, risulta di estrema attualità. Ritieni tuttora che nascosto “nella normalità” esista questa categoria di persone?

R. Io credo di sì. Ma in questi 13 anni è esploso il mondo dei social, attraverso i quali emergono le peggiori qualità di molte persone. La visibilità purtroppo ce l’hanno loro, non le (tante) persone perbene.

Quali riflessioni vorresti trasferire alle nuove generazioni che si apprestano a costruire il mondo di domani?

R. Ai giovani vorrei dire di imparare a informarsi, non accontentarsi di TikTok o di un titolo orecchiato senza approfondire. Uscire dai propri gusci, dalla propria comfort zone, viaggiare, scoprire, rendersi indipendenti e saper decrittare i messaggi, distinguendo ciò che è reale da ciò che è virtuale. È faticoso, è difficile, ma il destino dell’umanità è nelle mani delle giovani generazioni.

Alessandro Trabucco